Piazza Garibaldi era illuminata dalla fioca luce gialla dei lampioni. Un passero si dissetava sulla fontanella all’angolo. Nonostante il sole non fosse ancora sorto, l’aria era già calda e appiccicosa. Il bar-tabacchi aveva ancora le sedie impilate sotto la veranda dalla notte prima. L’unico segnale di umanità, a quell’ora, era il profumo del pane caldo che arrivava dalla panetteria, di lì a poco i camioncini avrebbero iniziato i loro viaggi per rifornire i negozi dei paesi limitrofi.
Davide arrivò davanti alla sua edicola con passo lento, aveva già le chiavi in mano, agganciò la serranda e la fece scorrere verso l’alto. Davanti al chiosco la solita pila di giornali lasciati lì qualche minuto prima dal corriere. Li guardò con un sorriso amaro, la gestione di quell’edicola era passata da suo padre a lui senza che nessuno gli avesse mai realmente chiesto cosa ne pensasse, era semplicemente il modo in cui doveva andare. Non si poteva comunque lamentare, quel lavoro per quanto umile e faticoso gli aveva permesso di costruirsi una casa, sposare Laura con la quale era fidanzato dai tempi delle medie, e metter su famiglia. Marco e Giada erano certamente la cosa migliore che avesse fatto.
Aprì il lucchetto che teneva la serranda sigillata, quando la sollevò un rumore metallico rimbalzò fra i muri delle case addormentate, infrangendo la quiete. Tolse la taglierina dalla tasca e con un gesto secco, ripetuto centinaia di volte, aprì il cellophane che conteneva i giornali e iniziò a posizionarli sull’espositore. Quando si abbassò per la terza volta a prendere i quotidiani vide tra le due pile un volume diverso: il colore era celeste, la carta più spessa e ruvida al tatto. La data era esattamente quella del giorno: 25 luglio 2025. Sulla prima pagina campeggiava una notizia che non era riportata da nessuna delle altre testate: Esplosione devasta il Nord America. Nube tossica in arrivo sull’Europa e sull’Asia.
Rimase immobile con il giornale in mano, si guardò intorno quasi cercasse il “colpevole” di quello che gli sembrò essere uno scherzo creativo. La piazza era ancora deserta nel dormiveglia del paesino. Lanciò il giornale dentro il gabbiotto dell’edicola e finì di sistemare i giornali.
Davide non aveva dormito bene. Quella mattina del 26 luglio attraversare la piazza gli sembrava decisamente più difficile del solito: l’afa non aveva abbandonato il paesino di Ardesas per tutto il giorno precedente e quella notte appena trascorsa gli era parso che le lenzuola fossero incandescenti. Si era rigirato nel letto per tutta la notte, tra sudore e zanzare, svegliando di continuo Laura che a un certo punto, ormai stanca e infastidita da quel continuo movimento, aveva deciso di andare a dormire sul divano della sala sperando di riuscire a riposare almeno per qualche ora di fila.
Arrivò all’edicola con passo pesante ma effettuò tutte le operazioni per l’apertura come da routine, quella che ormai non aveva più bisogno di pensieri ma solo di movimenti automatici. Aprì la pellicola che conteneva i giornali e subito controllò tra le due pile: nessun quotidiano celeste. Evidentemente il buontempone si era già annoiato di quel gioco. Prese diverse copie tutte insieme e le sistemò ordinatamente nell’espositore, poi ne prese delle altre e le posizionò accanto alle prime già ordinate. Si abbassò nuovamente verso la pila di giornali, che ora era diventata una, e ne prese in mano una dozzina ma si bloccò con i volumi a mezz’aria notando, come primo giornale dei restanti, lo stesso giornale celeste del giorno prima. Nuovamente, la data era esattamente quella del giorno, ma la notizia in prima pagina era cambiata. La nube tossica aveva toccato le coste europee e asiatiche e stava mietendo le prime vittime e non accennava a fermare la sua corsa.
Gli si strinse lo stomaco mentre gli occhi sembravano cercare di leggere oltre quelle parole. Un rigolo di sudore gli scese lungo la schiena ma questa volta, per la prima volta dopo mesi in quell’estate infernale, sentì il freddo penetrargli nelle ossa. Lesse l’articolo velocemente: le autorità chiedevano a tutta la popolazione di restare a casa sigillando porte e finestre fino a quando la nube non si fosse dissolta. Pensò a Marco e a Giada e quasi li vide bloccati a casa senza poter far nulla se non aspettare. Restò immobile per un tempo indefinito, il giornale tra le mani che tremavano appena. Poi lo richiuse di scatto e lo nascose sotto il bancone, come fosse un oggetto contaminato. Cercò di tornare ai suoi gesti consueti, ma ogni fruscio di carta gli pareva un avvertimento.
Il 27 luglio la piazza lo accolse con una leggera brezza. Le temperature si erano leggermente abbassate togliendo un po’ d’afa a quelle notti insonni. Laura dormì profondamente, cullata dall’aria fresca che entrava attraverso la finestra aperta. Davide, invece, era rimasto sveglio tutta la notte, pressoché immobile mentre contemplava il soffitto pensando ai giornali celesti trovati in quei due giorni. Non ne aveva parlato con nessuno, nemmeno con la moglie. Lei aveva già le sue preoccupazioni con due ragazzi adolescenti da gestire e il suo lavoro a tempo pieno come segretaria amministrativa nell’unica ditta edile di Ardesas. Inoltre, aveva paura di fare la figura dello scemo: se quei giornali fossero stati davvero solo uno scherzo e l’unico a non rendersene conto fosse lui?
La taglierina incise la pellicola che proteggeva le copie ancora prima di aprire la serranda dell’edicola. Fece scorrere lo sguardo lungo le due colonne di giornali, per un attimo pensò che per quel giorno il suo appuntamento con il quotidiano celeste fosse saltato. Poi lo vide. Lì, tra le altre copie, così come se fosse giusto e naturale. Lo prese in mano, la data del giorno campeggiava spavalda e la prima pagina riportava notizie sempre più inquietanti. Il titolo era peggiore di quanto avesse immaginato: Migliaia di morti. Ospedali al collasso. Nessuna soluzione. Restare chiusi in casa e attendere.
Lesse alcune righe più sotto, l’articolo descriveva la nube grigia e velenosa che, muovendosi inesorabile, avvolgeva città e villaggi mietendo vittime senza distinzione. Sentì la gola secca, il respiro spezzato. Sentii che non poteva più essere una coincidenza. Tre giorni di fila. Tre giornali celesti, tutti con la data giusta, tutti con notizie che non esistevano da nessun’altra parte.
Strinse il giornale tra le mani e contemplò la piazza vuota. La fontanella continuava a scorrere, il profumo del pane arrivava dal forno all’angolo. Tutto sembrava normale, immobile, ma per la prima volta in tutta la sua vita quella piazza, quell’edicola e quella sua vita gli sembrarono una realtà fragile, qualcosa che stava per essere cancellato da un momento all’altro.
Davide aprì gli occhi e le luci bianche lo accecarono. Guardò intorno a lui, tutto era candido e freddo. Un bip gli fece alzare gli occhi verso destra: il display segnava il suo battito cardiaco e la linea verde del tracciato correva lungo lo schermo. Alla sua sinistra la flebo scendeva goccia a goccia, lenta.
«Signor Melis, è sveglio!» la voce dell’infermiere lo fece sussultare. Provò ad articolare le parole ma si rese conto di avere un tubo dentro la gola che gli impediva di parlare. «Non si affatichi, è già stato fortunato a essere stato trovato vivo dopo il passaggio della nube, adesso pensi solo a riprendersi e riposare».
Davide sbarrò gli occhi: la nube! Laura, i ragazzi, che ne era di loro? Tentò di urlare, di alzarsi ma i suoi polsi erano legati al letto. «Ora la faccio riposare, dopo si sentirà meglio». Sentì gli occhi pesanti chiudersi sotto il peso dell’anestetico, il terrore di ciò che era potuto succedere lo avvolse mentre il sonno lo accoglieva nel suo buio.